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Carlo Petrini, Slow Food, interviene al  Forum Permanente dell?ONU sulle questioni indigene

La scorsa settimana, e sicuramente è passato in secondo piano, si celebrava la giornata mondiale della lentezza.

Nulla di trascendentale, ci mancherebbe e, inoltre, di giornate dedicate a “qualcosa”, è ormai pieno il calendario.

In ogni caso, e in grave ritardo (diciamo che ho preso un po’ troppo alla lettera la cosa), vorrei condividere con voi alcune riflessioni e qualche domanda finale.

In genere, la lentezza acquisisce un’accezione negativa e l’essere lenti non è certo visto come un pregio, in linea di massima, intendo. Bene, perché si deve quindi celebrare una giornata, addirittura mondiale, che la eleva agli onori della cronaca?

Giornata nella quale le persone sono invitate, addirittura, a riprendere in mano le redini della propria vita, per cercare di pacare i ritmi frenetici dell’esistenza.

La lentezza è o non è una virtù? Dipende, va da sé. Dai modi in cui si manifesta. L’apatia ci preoccupa. Non è facile distinguerla dall’abulia. Se un individuo agisce con tanta difficoltà significa che il mondo non lo stimola più o che ci sono dei problemi nel passaggio dallo stimolo all’azione.

Nel mondo della produzione agroalimentare, per ragionare su un argomento a noi caro, da nessuna parte sta scritto che l’accelerazione del ritmo di lavoro e il moltiplicarsi delle merci siano fatti benefici e auspicabili. Alcuni studiosi sono addirittura convinti che si trattino di nuove forme d’illusione e alienazione.

Ragionare – con attenzione, e quindi non di fretta - su ciò che mangiamo, su come ci nutriamo è sicuramente un buon passo per vivere meglio.

In una qualche maniera, se ci riflettete un secondo, mangiando poniamo la parola fine alla rappresentazione temporale di qualsivoglia economia alimentare che può essere iniziata, giusto per esemplificare l’affermazione, con la semina e proseguita con la crescita delle piante.

Ora, in tutta sincerità, quanti di noi sono seriamente consapevoli di questa verità? Ci pensiamo veramente partecipi al grande spettacolo dell’agricoltura? O ci consideriamo semplicemente dei consumatori e così facendo, di fatto, ci ascriviamo all’elenco dei consumatori passivi (questa sì, davvero, una brutta categoria)?

Spero mi permettiate di proporvi un gioco, una semplice lista di domande alle quali vi invito a rispondere, con riflessiva lentezza, prima di tutto a voi stessi.

Quanto è fresco un prodotto quando lo comprate?

Quanto è puro (o pulito per usare un termine a noi familiare) e in che misura privo di sostanze chimiche pericolose?

Da quale distanza è stato trasportato?

Quanto incide il trasporto sul prezzo finale?

Quanto ha invece inciso la sua produzione? E il suo confezionamento? E la pubblicità ad esso collegata?

Se si tratta di un “trasformato”, in che modo quest’attività ha inciso sul prezzo? E, per i più attenti, sul suo valore nutrizionale?

Ecco qua, una decina di domande utili a trovare la risposta alla madre di tutte le domande sul cibo: siamo, sì o no, coproduttori (consumatori consapevoli)?

Oltre le domande, anche un augurio, quello di una Pasqua serena e ricca di vero sapore slow per tutti!

 Valter Bordo
Presidente Slow Food Liguria

 

Carlo Petrini, Slow Food, interviene al  Forum Permanente dell?ONU sulle questioni indigene
 Una delle parole più usate oggi -e non solo in agricoltura- è “Km 0”. Non una parola, in effetti, ma un concetto che molti hanno assunto come fosse la “medicina del territorio”.

Alcuni provano a specularci sopra , altri lo criticano, altri provano a costruirlo senza sapere bene come fare, altri lo assumono come una fede.

Non credo sia esatto né funzionale assumere il concetto di Km 0 come risolutivo rispetto all'ambiente, esso ne è sicuramente parte ma non in senso assoluto; così come è impensabile risolvere il problema energetico solo con l'energia eolica od altre energie alternative.

Appare chiaro che un'applicazione integrale o integralista della teoria Km 0 non può risolvere  il problema delle emissioni di gas serra, le variabili sono sicuramente più complesse e toccano sfere non solo economiche e tecnologiche ma soprattutto culturali e sociali.

Dobbiamo, secondo me, abbandonare l'idea che quelle che stiamo vivendo in questi tempi siano crisi separate le une dalle altre, questo riporta infatti solo ad interessi specifici.

La tecnologia o i processi produttivi avanzati e di scala compensano solo parzialmente gli aumenti della domanda, il problema pare quindi riconducibile al modello di crescita che non può diventare decrescita ma deve diventare crescita diversa. Insomma è necessaria in tal senso una profonda trasformazione.

Io penso che la “teoria Km 0” faccia la sua parte, magari piccola (fosse anche solo per come può influenzare la biodiversità) ma sia uno solo degli ingredienti di una ricetta più complessa e ancora in costruzione, credo perciò sia necessario darle il valore che ha e non di più, altrimenti si corre il rischio che l'argomento risulti distorto e speculativo, stessa cosa per i concetti del biologico e del solidale.

A titolo esemplificativo e parlando di una realtà a noi vicina, possiamo sicuramente assumere come dato che lo spopolamento delle campagne del secolo scorso sia stato opera di quel modello che ha portato oggi all'economia di mercato. Il ribaltamento è stato tale da sconvolgere lo stile di vita, i costumi, le tradizioni, insomma tutto ciò che determina le valutazioni della qualità della vita di noi tutti.

I consumi, non solo quelli alimentari, si autogenerano spinti da una corsa infinita all'emulazione e non vengono quasi mai generati da bisogni concreti né tanto meno da livelli di soddisfazione spontanei (questo è talmente reale che a volte lo constatiamo anche per i consumi di certi prodotti agroalimentari definiti “di nicchia” e consumati da alcuni solo ed unicamente per questo motivo).

 

I consumi determinano lo stile di vita  ma è anche vero che da esso sono determinati.

 

Un po’ di tempo fa percorrendo la nostra splendida riviera e discorrendo in macchina, si faceva un ragionamento di fronte ad uno dei tanti cubi di cemento , speculazioni edilizie che guardano il mare, simil case che continuano a proliferare.

 

Esistono delle responsabilità”, pensavamo, da parte delle amministrazioni pubbliche, di chi progetta questi scempi e ne esiste una ancora maggiore, la responsabilità di chi li acquista.

 

Per il cibo vale lo stesso ragionamento, non è diverso; fino a quando non ci soffermeremo a pensare cosa stiamo comprando non cambierà il nostro stile di vita e di conseguenza non cambierà il modo di produrre cibo.

 

Come dice Carlin Petrini, con questa una frase quanto mai azzeccata, verremo verosimilmente “mangiati” dal cibo.

 

Federico Santamaria
Referente Presidi e Mercati della Terra
Slow Food Liguria 

Carlo Petrini, Slow Food, interviene al  Forum Permanente dell?ONU sulle questioni indigene

L’articolo apparso sul Secolo XIX

http://www.ecostampa.com/servizi/utility/imgrsnew.aspnumart=1A5ILG&annart=2012&usekey=B1R6G8CTSPJV0

ci spinge ad una breve, ma speriamo utile, riflessione.
La crisi del settore pesca non è cosa recente, da anni assistiamo ad un abbandono del settore a causa di un’assenza di una politica nazionale e di strategie di sviluppo. Oggi i problemi reali sono molteplici e vanno dal caro/gasolio alla totale assenza di una politica che fornisca regole alla distribuzione del prodotto.

La recente legge sull’etichettatura risolve solo parzialmente la tutela del prodotto locale, che non potrà mai essere garantita, senza un efficiente sistema a terra (porti attrezzati, mercati di produzione, vendita diretta organizzata).

Slow Food non è un sindacato di categoria, ma un’Associazione che, tra l’altro, svolge un’azione comunicazione e di tutela delle realtà contadine e dei pescatori che operano sul territorio, per una maggiore consapevolezza del ruolo ecologico e socio-economico dei produttori e dei co-produttori (consumatori). I presidi Slow Food hanno proprio lo scopo di tutelare quelle piccole ma efficienti realtà, che altrimenti non avrebbero voce in un mondo sempre più globalizzato. Slow Fish, la manifestazione che si svolge ogni due anni a Genova, è un luogo importante di discussione, di apprendimento e conoscenza, aperto a tutti quelli che desiderano portare il proprio contributo, e da cui spesso scaturiscono importanti sollecitazioni a chi deve amministrare il settore. Non a caso quest’anno i pescatori liguri hanno potuto, durante l’evento genovese, colloquiare direttamente con il Commissario Europeo alla Pesca Maria Damanaki.

Detto questo, è bene ricordare come la normativa che riguarda le taglie minime sia in vigore dal 2006 – quindi siamo nel sesto anno - mentre il regolamento CEE n. 1626/94 del 2006 è entrato in vigore solo giungo del 2010, perché la sua applicazione è stata oggetto di lunghe e approfondite contrattazioni.

Siamo fermamente convinti che i pescatori liguri e italiani siano importanti nell’economia nazionale, ma crediamo altresì nel confronto, nel dialogo e nella partecipazione che, va da sé, deve avvenire nelle sedi più opportune così da evitare facili semplificazioni e strumentalizzazioni.

Nadia Repetto
Responsabile Mare e Ambiente
Slow Food Liguria

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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